Senegal: L’impreditore Massimiliano Banfi da Milano al Senegal

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I colossi dell’abbigliamento e delle calzature si procurano il pellame nell’azienda guidata da Massimiliano Banfi, che ha lasciato Milano per lavorare in Senegal. «Il futuro è qui», dice convinto. E invita altri imprenditori a investire in Africa.

«Quando sento al telegiornale le dichiarazioni di alcuni nostri politici, mi prende lo sconforto: accecati dagli stereotipi e in cerca di facili consensi, parlano dell’Africa sempre come un problema, senza accorgersi che questo continente, con la sua popolazione giovane proiettata nel futuro e le sue crescenti classi medie, rappresenta un’enorme ricchezza e una preziosa opportunità». Massimiliano Banfi, imprenditore quarantenne di origini milanesi, è un fiume in piena. Da ventitré anni vive e lavora in Senegal. Ha lasciato l’Italia senza grossi rimpianti. «Ho portato con me del buon caffè, abbandonando volentieri la nebbia». Ci accoglie nel suo ufficio alla periferia di Dakar mentre a Roma infuria l’ennesima polemica sulla cosiddetta “emergenza immigrazione”.

«Io davvero non capisco – scuote la testa e sorride amaro –. Dicono che il Senegal sia tra le principali nazioni di provenienza dei migranti che sbarcano a Lampedusa… E pensano di fermare l’emorragia di giovani in fuga da queste terre sigillando le nostre frontiere. Non ci riusciranno. Impossibile arrestare la voglia di riscatto di tanti ragazzi e ragazze. Piuttosto, perché non invitano gli imprenditori a investire qui, per creare posti di lavoro, ricchezza, stabilità? Le opportunità di successo non mancano, e io ne sono la prova vivente».

Senza crisi

Banfi è il direttore generale della Sénégal Tannières, azienda fondata una ventina di anni fa dal padre Livio, diventata la più importante conceria del Paese. Un’impresa da 12 milioni di euro di fatturato all’anno. «Siamo partiti con trentacinque dipendenti e una capacità produttiva di tremila capi al giorno. Oggi abbiamo centosettanta operai che lavorano diecimila capi al giorno. Gli affari vanno a gonfie vele. Fatichiamo a restare dietro agli ordini». Il mercato mondiale delle pelli non conosce crisi, grazie alla costante richiesta di materia prima da parte delle industrie dell’arredamento (poltrone, divani, sedie), delle auto (sedili e rivestimenti interni), dell’abbigliamento (giacche, scarpe, cinture, borse).
A contendersi la torta che vale ogni anno decine di miliardi di euro sono Cina, India, Brasile e la stessa Italia, le cui celebri concerie artigianali sono concentrate in tre distretti produttivi regionali: in Veneto, Toscana e Campania.

Scarti preziosi

L’Africa risponde come può alla concorrenza dei colossi: Uganda, Etiopia, Nigeria, Sudan e Zambia hanno vietato l’esportazione delle pelli grezze al fine di potenziare l’industria conciaria locale. Il Senegal non ha attuato politiche protezionistiche. «Siamo gli unici a esportare pelli lavorate da Dakar», fa presente Banfi. Cinesi, indiani e pachistani preferiscono riempire container di pellame grezzo e lavorarlo in Asia. «Ma così facendo non aiutano lo sviluppo di questo Paese. Noi invece creiamo posti di lavoro, garantiamo salari equi e diritti sindacali… Considerando anche l’indotto, contribuiamo a sostenere economicamente migliaia di famiglie africane».
Un tempo, la gran parte dei resti degli animali scuoiati nei mattatoi senegalesi veniva gettata nella spazzatura. Un vero peccato (e un grosso problema ambientale e sanitario), se pensiamo che oltre il 90 per cento delle pelli usate nel settore della moda proviene da animali destinati all’uso alimentare. La Sénégal Tannières ha nobilitato il pellame locale, trasformandolo da potenziale rifiuto a materia prima per manufatti di alto valore commerciale.

Attenzione all’ambiente

«Ritiriamo decine di tonnellate di pelli di montoni, capre, vitelli e agnelli provenienti dai macelli di ogni regione del Senegal, ma anche di Mauritania, Mali e Burkina Faso», chiarisce Banfi. «Esportiamo il 100% dei nostri prodotti. E siamo tra i fornitori delle grandi griffe del lusso», aggiunge con un punta di orgoglio. «Facciamo del nostro meglio per supplire alla mancanza di macelli equipaggiati e di allevamenti moderni che penalizza la qualità del pellame». Il processo di concia è piuttosto laborioso. Per rendersene conto basta visitare i reparti della fabbrica dove avvengono le varie fasi della lavorazione. Le pelli, conservate sotto sale, giungono nel magazzino a bordo di grossi camion. Nei depositi decine di manovali hanno il compito di accertare la qualità della materia prima. Solo le pelli migliori, quelle che non presentano difetti, verranno trasformate. L’intero ciclo produttivo dura circa 72 ore e prevede alcuni passaggi problematici dal punto di vista dell’impatto ambientale: smaltimento degli scarti di lavorazione, gestione dei fanghi esausti, emissione di polveri e vapori nocivi. «Abbiamo fatto investimenti enormi per garantire impianti all’avanguardia in grado di non inquinare e limitare il consumo energetico», assicura Banfi. «Depuriamo e recuperiamo il 40% dell’enorme quantità dell’acqua utilizzata nella concia. E presto avremo un approvvigionamento idrico indipendente dall’acquedotto pubblico».

Zero aiuti

Al termine del processo di trasformazione, le pelli vengono nuovamente controllate, una ad una. A seconda delle caratteristiche o degli eventuali difetti che presentano, vengono indirizzate a scopi diversi: le meno pregiate sono destinate alla produzione di guanti o stracci; quelle di media qualità sono usate per realizzare fodere per gli interni delle auto, oppure cinghie o borsette; le migliori vengono ritirate dai grandi marchi delle calzature, in particolare dalle eccellenze delle scarpe made in Italy. «Il nostro Paese, con le sue piccole e medie imprese e le sue abilità artigianali, potrebbe investire molto di più in Africa, se solo ci fossero supporti e stimoli agli imprenditori – riflette Banfi –. E invece soffriamo di miopia politica e di un certo provincialismo culturale: il continente africano non è l’origine dei nostri mali, ma può essere la soluzione a molti nostri problemi. Purché impariamo a conoscerlo e a rispettarlo».

 

Fonte: Africa Rivista

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